Anna in piena luce

0
296

Anna in piena luce

Una lapide scura conficcata nel mezzo di un prato fiorito circondato da alberi spogli come coralli neri vorrebbe essere testimone, direi pure con una certa insolenza, che sono morta in quel luogo, tale giorno di tale anno. E la cosa non mi va affatto giù. Capisco che quella lastra possa in qualche andare fiera di essere stata scolpita appositamente per me e non vorrei essere proprio io ad abbassare la sua autostima, ma dovrebbe capire, anche se è un’impresa ardua quando sei fatta di pietra, che è un insulto ridurre la vita di una persona a due semplici date che per molti possono avere lo stesso significato della scadenza su un vasetto di yogurt. Sarebbe come se tra la “v” acuta come un vagito e la “a” flebile come un gemito di una parola corta già di suo come “vita”, si trascurasse tutto quanto c’è stato prima, in mezzo e pure dopo.

Ma la materia, lo sapete, tende a ridurre tutto quello che non tocca con mano. E io sono qui per sfidarla! Basta chiedere a quella lapide cosa sarebbe la morte senza l’inconveniente dell’oblio e vedrete che resterà muta più di quanto non lo sia già. Io invece rispondo che è solo una mezza morte; anzi, siccome in qualche modo sto parlando, mi riprendo un pezzo di vita così da ridurre a un quarto questa fastidiosa sensazione del non esistere. Tornando all’oblio, per ora sono riuscita a rinviare la sua vittoria su di me, ma il merito è quasi tutto di mio padre che s’è dato un gran daffare per pubblicare il mio libro. Quel pover’uomo s’è preso anche la briga di cambiargli il titolo. Doveva chiamarsi “Il retrocasa”, ma “Diario” va bene lo stesso, anche se un diario lo possono scrivere tutti e infatti, dopo il mio, è uscito quello di una schiappa, di un giardiniere anarchico, di un guerriero, di un vizio, perfino di un Babbo Natale.

Avevo pensato di intitolarlo “Il retrocasa” perché è lì che si sono svolti i fatti, e in più avrebbe dato l’idea di quell’intimità domestica che incuriosisce il lettore medio e lo convince a sceglierlo tra tanti. Per fortuna il mio “Diario” ha avuto un successo planetario, altrimenti avrei dovuto intraprendere una massiccia campagna promozionale a colpi di post su Facebook, Instagram e Twitter, ingaggiare l’agente letterario di Ken Follet e sostenere interviste sui canali culturali di mezzo mondo per ottenere lo stesso risultato anche se forse neanche sarebbe bastato visti i clamorosi trionfi letterari di libri buoni solo per ammazzare il tempo e offendere l’intelligenza dei lettori. Ad ogni modo credo che oggi si possano contare sulle dita di una mano quelli che ignorano come sono andate le cose in quel nascondiglio di Amsterdam. Se quella vipera di Ans non ci avesse denunciati, probabilmente avrei scritto un sequel che avrebbe venduto più del Diario e magari qualche regista ci avrebbe tirato fuori la sceneggiatura di un film.

Ma pure Ans non è stata che una delle tante vittime del sistema come peraltro quei ragazzacci della Gestapo che il 4 agosto del ’44 ci hanno arrestato. D’altra parte il loro sporco lavoro dovevano pur farlo per portare a casa la pagnotta, e in fondo eseguivano solo degli ordini, poverini. A parte il loro comandante che somigliava in modo impressionante al Capitano Amon Leopold Göth di Schindler’s List, ma con un caratterino acido come se non andasse di corpo da una settimana, tutti gli altri sembravano figli di buona mamma. A distanza di lustri, comunque, sento di doverli ringraziare, ma… ecco rintracciarli dopo così tanto tempo sarebbe complicato pure per Simon Wiesenthal. Comunque, mettiamo che ci fossi riuscita, cosa gli avrei dovuto dire?

Molti li avrebbero quanto meno apostrofati, io, invece li avrei guardati dritti negli occhi e avrei detto: “ragazzi, vi prego, avvicinatevi, si dai… anche tu Amon, non fare il timidone che non ci casco” poi, accostando la mano sul cuore, avrei proseguito: “magari siete troppo modesti per ammetterlo, ma siete stati davvero fantastici!” e qui avrei scosso la testa e chiuso gli occhi come se mi avessero regalato una Birkin bag, poi dopo una breve pausa per abituarli all’evidente paradosso, avrei ripreso: “il fatto è che non so davvero come esprimervi la mia riconoscenza. Se non vi basta una stretta di mano o una pacca sulla spalla, lasciatevi baciare e abbracciare, sempre se non mi trovate ripugnante come ai bei vecchi tempi” a quel punto, forse consapevoli delle tante marachelle commesse in passato, sarebbero arrossiti di vergogna, ma io li avrei subito rassicurati: “tranquilli, non sono un tipo che prova rancore, specialmente verso chi mi ha fatto un favore grosso come una casa…” al che, loro, sempre più sorpresi, avrebbero sollevato un lato del labbro superiore come fanno gli attori nelle serie americane quando un tizio dice qualcosa di assurdo, poi per toglierli d’impaccio avrei proseguito: “vedete, cari amici, solo vivendo mesi interi come topi che si nascondono da un gatto potreste comprendere la mia gratitudine. Dietro quella libreria, io e la mia famiglia ormai ci muovevamo come Katerina Zeta Jones in Entrapment, ed eravamo diventati più silenziosi di un ninja perché sapete…uno starnuto, un ruttino involontario o un singhiozzo, potevano provocare palpitazioni accelerate, sudorazioni fredde, contrazioni allo sfintere, persino infarti.

E l’oscurità? Sapete cosa vuol dire rimanere ore e ore immersi in un calamaio di nero inchiostro? Da impazzire. Ma anche a quello si fa l’abitudine e, in fondo, il mondo non è forse un luogo popolato da cechi? Noi dopo decine di capocciate reciproche e ginocchia gonfie per i tanti spigoli centrati in pieno eravamo riusciti a mappare quel tugurio e a percepire la direzione in cui si stava muovendo un’ltro di noi usando antenne sensoriali fino a quel momento sconosciute. In poche parole ci eravamo trasformati in ciò che ci veniva imputato di essere senza che lo fossimo: ombre, anzi neanche quelle, eravamo nullità, altro che essere umani. Quindi grazie ragazzi, grazie Gestapo, grazie SS, grazie Adolf! Grazie davvero. Da quel 4 agosto, invece di annientaci nella paura, abbiamo ricominciato a vivere in pieno le nostre identità”. Stesso ringraziamento lo rivolgo ai carcerieri che ci hanno preso in consegna.

Inutile dire che erano della stressa risma degli altri: sembravano cattivi e spietati, ma se li fissavi bene negli occhi si intravedeva un pallido barlume di umanità. Peccato che le norme in quel carcere vietavano rapporti coi prigionieri sennò qualche chiacchiera ce l’avrei scambiata… magari sarebbe saltato fuori che non erano tanto diversi da noi! E in effetti Fritz, la guardia addetta alla nostra sorveglianza, ogni tanto, soprattutto di notte quando credeva di non essere udito da nessuno, piagnucolava come un poppante. Forse pensava alla famiglia lontana o alla fidanzata che l’aveva mollato. Che ne so! Fatto sta che mi era diventato quasi simpatico, e proprio il giorno che mi ero decisa a rompre il silenzio, ci hanno caricato su un treno merci e portato ad Auschwitz. Oggi solo il suono di questo nome suscita orrore, ma all’epoca dei fatti era un ridente paesino della campagna polacca che, immagino, non avesse nessuna intenzione di passare alla storia come macabro luogo di sterminio. Che poi tutto questo sterminio, io mica l’ho visto! Per me è´tutta un’invenzione della contropropaganda degli alleati. Certo, in quei villaggi fatti di squallide baracche non te la passavi mica bene; il cibo scarseggiava e si dormiva tutti accalcati perché faceva un freddo boia. Ma del resto si era in tempi di guerra e non ce n’era per nessuno. Comunque, vi assicuro che non ho visto nessun nazi ammazzare uno di noi con tutta l’intenzione di farlo. È vero che ogni tanto scompariva qualcuno, ma siccome era un andirivieni continuo di treni, sicuro come la morte che veniva portato in un altro campo. Io e mia sorella Margot, per esempio, dopo neanche un mese, siamo state trasferite a Bergen-Belsen.

E indovinate un pò che vuol dire bergen in tedesco? Tra altri significati, anche portare in salvo! Insomma, ditemi voi come fa un luogo con un nome che promette speranza, immaginarlo come teatro dello sterminio di persone solo per questioni di razza. E infatti io ancora stento a crederci. Ciò che mi ha ammazzato, e ancora oggi che lo penso non sapete quanto mi faccia arrabbiare, sono stati i pidocchi. Altro che camere a gas o fucilazioni di cui tanto si parla! Quelli erano solo spauracchi per tenerci a bada o per farci lavorare con più impegno, ché, lo devo ammettere, per una ragazzina come me non era il massimo della vita assemblare una bomba a mano quando pochi mesi prima vestivo bambole, ma d’altra parte bisognava impegnarsi tutti per la vittoria della Gvande Gevmania! Solo che sapete quanto ci vuole per ingigantire un tragico incidente come un colpo di fucile partito inavvertitamente da una torretta che va a finire giusto in mezzo agli occhi di un poveraccio che stava tentando di oltrepassare il filo spinato…basta un commento in apparenza innocuo buttato lì da una malalingua e ragazzi con una divisa addosso portata con onore che hanno avuto la sola colpa di sorvegliarci, diventino spietati assassini capaci di efferatezze come liquidare un essere un mano sparandogli alla nuca o addirittura gassarlo.

Davvero inconcepibile! Credetemi, ché l’ho visto coi miei occhi, quei bravi ragazzi, invece, si sono dannati l’anima per sterminare gli insetti che tormentavano mezza Europa. Tanto ci tenevano a sconfiggere quella piaga che ci hanno sottoposto a incessanti docce disinfettanti a base di Zyklon. Ragazzi…che trovata geniale lo Zyklon! Tuttora penso che chi l’ha inventato meriterebbe il Nobel per la medicina, se non per la pace. Sfortunatamente per me, lo Zyklon è arrivato troppo tardi e, come ricorda la lapide, il tifo trasmesso dai pidocchi mi ha portato via in un freddo giorno di marzo del ’45 tra indicibili sofferenze. Devo dire, comunque, che il momento del trapasso non è stato neanche così atroce, direi anzi che è stato confortante perché sapevo che i miei tormenti stavano per finire. In quel frangente il meglio che puoi fare è lasciarti andare al pensiero che “anche se andassi nella valle oscura non temerei alcun male perché Tu sei sempre con me…perché Tu sei il mio bastone, il mio supporto e con Te mi sento tranquilla”*. E niente…dopo un lunghissimo periodo di silenzio e oscurità più assoluto, sono iniziati a capitarmi fenomeni incredibili: senza scendere nei particolari, alla fine mi sono trasformata in vapore e quindi sono salita sempre più in alto. In questo preciso momento fluttuo nell’atmosfera in attesa di tempi migliori, ché, per quanto assurdo, c’è ancora gente come il capitano Göth ossessionata dal pensiero di trovare una “soluzione finale” per me, per Margot, per Edith, per Simon e per tanti altri come noi.
Opera letteraria depositata e registrata

*Testo della canzone Gam Gam scritta da Elie Botbol che riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23.