Amy Winehouse

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Sono molto felice sia il turno di Amy Winehouse , grande talento, grande voce che ci ha lasciato troppo in fretta, ma che ora inserisco qui, tra le leggende musicali, dopo aver scritto di James Brown, Iggy Pop, Jimi Hendrix, Elton John. 

Amy è la prima tra le donne che inseriremo e nonostante la breve carriera, stroncata dalla morte prematura.

È durata un decennio la sua gloria e non ha potuto regalarci altre perle musicali dopo la morte del 2011. Ma gli anni 2000 saranno ricordati musicalmente anche per la sua inconfondibile voce.

Amy Jade Winehouse, di origine ebreo-russa, nasce il 14 settembre 1983 a Southgate, quartiere settentrionale di Londra.  Lo studio lascia presto posto alla musica nella sua vita, già durante l’adolescenza, quando a 13 anni viene espulsa da scuola per scarso profitto e fonda un piccolo gruppo rap amatoriale che già nel nome, Sweet’n’Sour, pare ispirato alle Salt’n’Pepa.

A sedici anni è già una professionista dopo che Simon Fuller , ideatore di “Pop Idol”, la nota e la mette sotto contratto con la sua agenzia di management, la 19 Entertainment, procurandole un contratto discografico con la Island Records. Il primo album, FRANK, esce nel 2003, riscuotendo subito un grande successo di critica e di pubblico e divenendo disco di platino, con oltre 300.000 copie vendute. Frank mostra sonorità vintage e jazzate molto sofisticate e ricercate, abbinate alla voce notevole della cantante. Una voce “nera” e molto più matura della sua età anagrafica.

L’album piace e il singolo “Stronger than me”, composto dalla stessa Amy col produttore Salaam Remi, le permette di ottenere un Ivor Novello Award, un prestigioso premio britannico riservato ad autori e compositori musicali.

Tutto a posto? Macché 

Amy mostra subito la sua inquietudine e si dichiara non soddisfatta dei risultati, la musica le pare troppo manipolata in studio e poco autentica e in linea con le sue vere aspirazioni musicali. Da qui la decisione di pigliarsi un lungo periodo sabbatico, durante cui resta sulle pagine dei giornali, del gossip e delle testate musicali. Nel frattempo diede spettacolo non sempre edificante, con una serie di gaffe, incidenti e intemperanze, anche per l’abuso di alcool e droghe leggere, come si comprende dal testo del singolo “Rehab”. Ma il problema più insidioso appaiono le ricorrenti crisi depressive.

Riappare nel 2006, molto dimagrita, con un nuovo disco:  Back to black. L’album presenta sonorità anni ’50 e ’60, con rimandi a Phil Spector e alla Motown. Coprodotto ancora da Remi a fianco dell’esperto Mark Ronson già produttore tra gli altri di Robbie Williams e lanciato dal singolo “Rehab” raggiunge le vette delle classifiche a inizio 2007.

Il suo talento e la qualità del disco le permettono di ottenere un Brit Award come migliore artista britannica di sesso femminile e riconoscimenti da tanti musicisti britannici tra cui Paul Weller, che si esibisce con lei in alcune occasioni.

Il 2007 è l’anno della sua crescita poderosa a livello di fama e successo, ma anche della drammatica ascesa del gossip e delle tragiche notizie che la riguardano. Liti violente con il marito, uscite pubbliche tra l’imbarazzante e il drammatico e problemi di dipendenze varie, soprattutto alcool. Nel 2008 le viene inizialmente rifiutato il visto di ingresso negli Stati Uniti, dove sarebbe dovuta recarsi per partecipare ai Grammys.

Riesce ad esibirsi comunque in collegamento dall’Inghilterra, e trionfa con cinque premi. Il culmine nel bene e nel male della sua breve carriera.
Gli anni seguenti sono sempre più travagliati con Amy a far notizia per i suoi problemi di dipendenza e per le liti con il compagno Blake Fielder-Civil, da cui divorzierà definitivamente nel 2009.

Questi eventi travagliati e la depressione hanno minato irreparabilmente vita e carriera di Amy che si dimostrò incapace di proseguire la sua carriera musicale, tanto da ridurre al minimo i concerti e da ritirarsi per diverso tempo nell’isola di Santa Lucia.

Ma la sua fine era segnata e già alla prima tournée, organizzata in Europa per l’estate del 2011 è costretta a interrompere tutto dopo la prima data a Belgrado, in cui si presenta visibilmente alterata e incapace di cantare.

Poche settimane dopo, per la precisione il 23 luglio, viene trovata cadavere nella sua abitazione a Londra. Un finale triste per una delle più grandi promesse della musica degli anni 2000. Amy avrebbe potuto dara ancora molto alla musica nei decenni a venire.

Intanto è poi uscito il 5 dicembre dello stesso anno il nuovo disco postumo, prodotto da Salaam Remi Gibbs e Mark Ronson e intitolato Lioness: Hidden Treasures che contiene brani nuovi e cover, come “Body and soul” con Tony Bennett di cui parleremo sotto. A novembre 2012 invece esce il cofanetto Amy Winehouse at the Bbc, composto da quattro dischi. 

Ci sono alcune canzoni che non riesco a ascoltare perché sono così personali da farmi male.

Dai cinque Grammy Awards a “Back To Black”, fino all’autodistruzione si vede tutta la parabola tragica di quella che a detta di molti è l’ultima star del soul.

E qui nasce il solito confronto tra coloro che sostengono che certe lodi vengano attribuite ai musicisti soltanto quando scompaiono e coloro che rivendicano le qualità dell’artista.

Qui però il motivo della mia scelta di inserire Amy tra le leggende ha un fondamento, come nel caso di Hendrix o di Cobain. Amy non ha avuto tempo per esprimere tutte le sue potenzialità ma è stata uno dei pochi fenomeni della musica contemporanea ad avere un giudizio positivo pressoché unanime, trasversale, un plebiscito. C’era qualcosa nel suo modo di essere e nelle sue interpretazioni di unico.

Amy Winehouse metteva d’accordo gli amanti del Motown-style, gli indie più snob, i sostenitori del jazz raffinato, gli amanti del guitar-rock, i semplici amanti della musica pop orecchiabile.

Eppure Amy Winehouse aveva in se una “nera” coerenza nel non voler disintossicarsi ne redimersi da niente o nulla. Lei era così, e così voleva rimanere. In un certo senso qualcosa di già visto in precedenza con altri personaggi di questo ambiente come Janis Joplin o Kurt Cobain ad esempio. Quest’ultimo in particolare, come Amy ha chiesto aiuto mostrando i suoi comportamenti ed evidenziando il proprio disagio anche nelle sue composizioni. 

Forse nessuno dell’ambiente ha voluto cogliere il loro disagio e nel caso di Amy, ci sarebbe voluto un atto di forza, di personalità che la spingesse a disintossicarsi e guarire. Una come Amy col suo talento tra l’altro sarebbe pure fruttata parecchio ai manager, ma ad altri magari faceva più comodo speculare sul gossip dovuto alle sue bravate.

Fatto sta che la Winehouse se n’è andata troppo presto, entrando a far parte del macabro “club dei 27”, assieme a Cobain, Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones e Janis Joplin ad esempio.

Comune denominatore di questi personaggi gli eccessi e l’essersela andata, in un certo senso, a cercare. Ma, va detto, anche la cecità dell’ambiente, sensibile solo al business e assai poco al lato umano.

Il suo ultimo concerto del 18 giugno 2011 a Belgrado fu uno strazio con oltre ventimila persone pronte ad applaudirla e costrette a fischiarla per l’incapacità di cantare di Amy che faticava a reggersi in piedi.

La grande performance di Hyde Park in occasione del novantesimo compleanno di Nelson Mandela, il 27 giugno del 2008 era purtroppo solo un ricordo.

Sfortunatamente, la metà delle cose che sono dette su di me sono vere.

E così la ragazza della working class inglese, figlia di un tassista e di una farmacista ha visto morire il suo sogno appena nato. Ha fatto appena in tempo a regalarci due album, il primo, Frank, risalente al 20 ottobre del 2003, un disco elegante dal quale però emerge la personalità ancora un po’ acerba di un’artista che si muove a metà fra r’n’b e jazz. Qua e là tracce di bossa. In generale però a spiccare è la qualità vocale e la gestione dei ritmi con la voce.
Arrangiamenti ai minimi termini, tratti afro-funk, insomma tanta duttilità e sprazzi di talento.

Take The Box”, “In My Bed” e “Fuck Me Pumps”, sono i singoli dove emerge un’Amy ancora sufficientemente sobria da riuscire a far esplodere tutto il suo talento cristallino. I relativi video di questi tre singoli la portano alla ribalta come nuovo talento degli anni 2000.

Frank è stato come un diesel, a livello commerciale, nessuna esplosione immediata ma nel tempo tante vendite e apprezzamenti. Ottiene grazie all’album due nomination ai Brit Awards.

Back To Black, pubblicato esattamente tre anni dopo, fu un salto in avanti, ricevette grandi apprezzamenti unanimi da critica e pubblico.

Amy, ormai ventitreenne abbandona il sofisticato jazz, orientandosi al soul e r’n’b, per lei sicuramente maggiormente congeniale. Il tutto mischiato ad un pò di pop e funk, adatto alla sua voce particolare, unica. Una voce tosta, indurita da graffi e cicatrici, burbera, ma allo stesso tempo estremamente chiara, luminosa e nitida.

La sua voce appare come un sollievo e sembra essere un’erede delle grandi del passato: Aretha Franklin, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Dusty Springfield, Billie Holiday, Dinah Washingon, Nina Simone, in parte Tina Turner.

Ma anche Macy Gray, Lauryn Hill ed Erykah Badu rimanendo a tempi più recenti. Amy canta bene ma è anche autrice o co-autrice di tutti i brani presenti nella tracklist e la cosa non è secondaria.

Questa è una caratteristica che la innalza artisticamente non essendo una semplice cantante, ma soprattutto un’autrice.

La Winehouse non si limita a riprendere ispirazione dalla vecchia scena motown e dai grandi interpreti degli anni 60-80; riesce a contestualizzare agli anni 2000 ogni suo brano o interpretazione come  “Wake Up Alone” e  “Love Is A Losing Game”, e lo fa in maniera personale, spontanea, originale.

Il risultato è trascinante, dal funky di “Rehab” al reggea di “Just Friends”

“You Know I’m No Good” e l’allegra “Tears Dry On Their Own” completano un mix esplosivo.
Back To Black è prodotto da Mark Ronson e Salaam Remi, che ne danno una connotazione classica con spunti di swing e una batteria di fiati punzecchiante ed efficace 

Il risultato è che incassa pareri positivi unanimi,  cinque Grammy Awards (su sei nomination). Tuttavia la Winehouse, come scritto sopra, non potrà ritirare personalmente i cinque Grammy a causa dei suoi problemi di dipendenza da alcol e droghe che inducono il governo americano a impedirle l’accesso negli Stati Uniti.

Questo episodio ha paradossalmente scatenato l’interesse dell’opinione pubblica verso il personaggio Amy Winehouse e conseguentemente la brama dei discografici pronti a sfruttare il momento con una serie di singoli a raffica: “Rehab”, “You Know I’m No Good”, la title track, “Tears Dry On Their Own”, “Love Is A Losing Game”e “Just Friends”. Back To Black diventa un classico con tanto di riedizione a un anno rimpolpata da otto tracce come “Valerie” molto interessanti.

Nel 2007 Amy è dunque riconosciuta universalmente come la nuova star del soul con tanto di confronti coi big del passato.
Ma Amy rimane se stessa, nel bene e soprattutto nel male, lancia un nuovo style vocale da cui tante giovani promesse prendono spunto, ottenendone risultati. Duffye Adele all’estero, Malika Ayane e  Giusy Ferreri in Italia sono alcuni esempi.
Lancia uno stile non certo basato sulla bellezza o le forme, ma su altri canoni come ribellione autenticità e anche una certa forma di rudezza che riesce a non essere volgare ma espressiva di un certo stato d’animo.

Tuttavia col tempo tutte le sue instabilità e insicurezze prevalgono e la Winehouse cade e si rifugia in droghe e soprattutto alcool, rinunciando in maniera volontaria alla propria lucidità.

Il gossip la tartassa e viene ripetutamente bersagliata sui giornali scandalistici e sul web con i soloti haters e leoni da tastiera pronti nei primi anni di diffusione dei social a scatenare le proprie frustrazioni.

I paparazzi non hanno mai esitato a pubblicare foto imbarazzanti e al limite dell’osceno che la presentavano in pessime condizioni. Un matrimonio contratto in fretta e furia e durato poco più di due anni ha aggravato la situazione, risultando assai “tossico” emotivamente per Amy e scatenando ancora di più il poco rispetto nei suoi confronti da parte della stampa scandalistica.

Tanti hanno sperato si salvasse, curiosi di vedere come sarebbe proseguita la sua carriera artistica e felici di vederla in buone condizioni, ma così non fu.

Il nuovo disco veniva continuamente rimandato, sembrava orientato verso sonorità reggae, ma resterà un punto di domanda salvo inedite registrazioni nascoste. Un po’ come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Curt Cobain, Janis Joplin anche qui è ignoto quello che avrebbe potuto regalarci se fosse rimasta in vita.

Amy Winehouse poteva diventare una sorta di Aretha Franklin, ma tra problemi sentimentali, crisi depressive, ricoveri e dipendenze varie, si è smarrita, forse non sentendosi in grado di reggere una carriera di fama e successi.

Le persone pazze come me, non vivono a lungo ma vivono come vogliono.

Il 23 luglio 2011 un cocktail di alcol e farmaci mette fine alla sua troppo breve vita, dopo che nell’ultima settimana era stata trovata già tre volte priva di sensi.

Dischi postumi

Il primo disco postumo viene pubblicato il 5 dicembre del 2011. Amy aveva lavorato nei rari momenti di lucidità al nuovo album sfoderando grazie al grande talento che possedeva qualche sprazzo geniale.

Lioness: Hidden Treasures parte con “Our Day Will Come” (un outtake di Frank), un pezzo dai rimandi gospel.  “Between The Cheats” è il primo di tre inediti ricavato da alcune session del maggio 2008, un pezzo con melodie anni 50/60 come altri pezzi di Amy.

Gli altri due inediti sono: “Like Smoke”, con il feat del rapper Nas che crea un mix fra soul ed hip hop;  “A Song For You” con registrazione risalente alla primavera del 2009 e dedica finale al soul man Donny Hathaway, che a soli 33 anni si suicidò gettandosi dal quindicesimo piano di un albergo newyorchese il 13 gennaio del 1979. Una personalità che non poteva non colpire, per assonanza, Amy Winehouse. Questo pezzo è il gioiello dell’album, guarda caso.

Poi tre estratti rivisti di Back to Black: “Tears Dry”, o “Tears Dry On Their Own”, “Valerie” e il demo di “Wake Up Alone”. Poca cosa a dir la verità, meglio i pezzi originali in Back to Black 

Poi c’è “Will You Still Love Me Tomorrow?” la cover del brano delle Shirelles, composto nel 1960 da Carole King. La voce di Amy è notevole.

“The Girl From Ipanema” è invece un pezzo che la cantante propose nel 2002 a Salaam Remi per mettersi in mostra, una versione della canzone brasiliana nella quale Amy canta in sile jazz. La cover di “Halftime”, già incisa da Frank Sinatra, in stile jazz e la più spigliata e sbarazzina “Best Friends, Right?” concludono, assieme a “Body And Soul” la raccolta Lioness: Hidden Treasures.

Si tratta dunque più di una compilation di perle che un album, di fatto un elenco di tracce o chicche nascoste condite da qualche demo o registrazione inedita. 
Complessivamente un buon lavoro dei due produttori Salaam Remi e Mark Ronson, viste le difficoltà nel mettere insieme registrazioni provenienti da fonti diverse. 

Un anno dopo la Island pubblica 14 tracce registrate per la BBC in varie session, fra il 2003 e il 2009. I proventi di Live At The BBC. I ricavi vengono devoluti alla Amy Winehouse Foundation. Esce anche un cofanetto con tre Dvd live oltre al disco.

Credo che nella vita sia fondamentale buttarsi a capofitto su qualcosa in cui si crede, altrimenti non si saprà mai cosa si sarebbe potuto ottenere.

Nel 2015 esce il lungometraggio “Amy: The Girl Behind The Name”, un documentario con tanto di  Premio Oscar nella categoria “Best Documentary” dedicato ad Amy, probabilmente non l’ultimo visto che la famiglia della cantante se ne è dissociata. Sicuramente energeranno altri punti di vista sulla controversa e triste storia di Amy.

Il film è stato per tre giorni nelle sale italiane e nel giro di poco è uscito nel formato home, affiancato dalla relativa colonna sonora.

Nelle ventitré tracce del soundtrack il compositore brasiliano Antonio Pinto propone classici della Winehouse, tra cui “We’re Still Friends”, un inedito catturato live nel 2006.

Una vita breve dunque, ma sufficiente a far capire il grande talento della stella del soul del nuovo millennio. Un peccato essersi fermati a due album reali, ma comunque notevoli e sufficienti per chi voglia conservare il ricordo della dannata e sfortunata Amy. Poi le immagini che ci restano di lei nei videoclip e nelle esibizioni live in rete. Chi apprezza Amy si fa bastare questo, il resto son tutti rattoppi per guadagnarci su. 

L.D.

Fonti: Ondarock
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