Alla scoperta di Carloforte: Le origini

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2021

di Lorenzo Dati e Nello Farris

Con grande piacere avviamo, grazie alla collaborazione di Nello Farris, nativo di Carloforte non che nostro autore, una nuova rubrica sul Sud della Sardegna che, come già stiamo facendo col Salento, avrà l’obbiettivo di valorizzare, promuovere, far conoscere le tradizioni, le bellezze, i luoghi, l’arte di questa splendida e grande isola,in particolare la parte sud, San Pietro, il Sulcis, il cagliaritano e tutta l’area a sud di Nuoro ed Oristano. Le nostre rubriche cercano di non fermarsi a ciò che si conosce di queste terre, ma provano a scoprirne ed illustrarne l’essenza attraverso l’aiuto di chi queste terre le ha nel sangue, nel cuore e nella mente e può aiutarci a capirle davvero.

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Carloforte è un posto speciale, arrivandoci si rimane sorpresi da diversi elementi, ma principalmente tre, caratteristici: L’architettura di forte stampo ligure, la lingua anch’essa caratterizzata dalla parlata genovese antica e infine la cucina data dall’incontro tra i forti sapori arabi con i gusti liguri in un mix di semplicità e profumi unici. L’origine di tutto ciò è assai antica e si perde nelle interdipendenze tra i popoli delle due sponde del Mediterraneo.

Tutto ha origine nel tra il 1540 e il 1542, quando i Lomellini, signori di Pegli, nel genovese, ottiene dal Rais Salali di Tunisi la concessione delle peschiere di corallo dell’isola di Tabarka a poche centinaia di metri dalla costa tunisina. Qui si trasferirono circa 1.000 genovesi. Vivere in quest’isola fu’ intrigante ma difficile, per la presenza di due culture, due religioni, modi di vivere diversi. I Lomellini si arricchiscono col corallo che usano tra l’altro a Genova ad esempio nella costruzione della grande chiesa dell’Annunziata. I continui cambiamenti d’atteggiamento dei Rais tunisini e algerini nei confronti dei tabarchini e il calo nella raccolta del corallo le cui scorte si ridussero spinsero i tabarchini ad abbandonare Tabarka e molti di questi si trasferirono in questa zona sull’Isola degli Sparvieri(oggi San Pietro) e nell’attuale Carloforte.

Ad accoglierli fu Carlo Emanuele III di Savoia, da cui prese il nome l’isola, il quale concesse asilo ai tabarchini che gli eressero una statua tutt’oggi presente a Carloforte. Il 1738 sembra l’anno in cui iniziarono i lavori di costruzione del nucleo abitativo di Carloforte, tra cui le mura a difesa dagli attacchi pirateschi. E così al corallo si aggiunsero altre attività come la pesca del tonno, la raccolta del sale, l’artigianato e l’agricoltura. Noti furono i maestri d’ascia la cui fama varco i confini del Mediterraneo.L’economia poi prosperò e attrasse a se l’attenzione dei pirati barbareschi che rapirono circa 1000 tabarchini portandoli schiavi in Tunisia finché non furono liberati 5 anni dopo da Vittorio Emanuele I di Sardegna.

Due episodi noti ci furono un paio di anni prima dell’incursione piratesca quando i francesi assediarono l’isola proprio nel periodo della rivoluzione e qui la popolazione si divise tra chi sosteneva questi ideali e chi no. Durante l’assedio i tabarchini si preoccuparono di salvare la statua di Re Carlo che avevano eretto per ringraziarlo dell’accoglienza e la seppellirono in fretta e furia ma calcolarono male il buco e così la storia vuole che il braccio rimase fuori terra e piuttosto che farlo scoprire ai Francesi lo amputarono. Tutt’oggi la statua è senza il braccio.

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Foto di Nello Farris

Altro episodio noto riguarda uno dei circa 1000 tabarchini che durante la prigionia in Tunisia rinvenne una statua in legno raffigurante la madonna sulla riva, persa probabilmente da una nave. Questo diede forza e conforto ai prigionieri e diede origine al culto della Madonna dello Schiavo da parte di molte popolazioni di marinai.Il periodo di prosperità porto a nuove immigrazioni dalla Liguria, dalla Campania e da Ponza prima e da tante aree italiane e non poi. Ma urbanistica, lingua, tradizioni rimasero di stampo ligure.

Ad esempio in cucina dove tra i primi piatti troviamo i cassulli cu pestu, i maccaruin  e curzetti. Nei secondi i pesci con la Casolla , i crostacei e quelli a base di tonno come musciamme, gurezi, tonnina tutti chiaramente di influsso ligure.

Poi anche nei piatti l’influsso arabo, tunisino in particolar modo, si fa sentire. Noto in tal senso è il Cascà di Carloforte.Il cascà o cashcà è un cibo di derivazione araba, peculiare però della popolazione di Carloforte. Di fatto la popolazione di origine ligure assunse nell’uso alcuni cibi tunisini come il cuscus, ma li modificò, tant’è vero che il Cascà è senza carne. In particolare la ricetta di Carloforte, detta anche “tabarchina”, prevede di mescolare alla semola diverse verdure (ceci, piselli, verza, carota, finocchio, melanzana, zucchina, cipolla) ed è aromatizzata con erbe (finocchio selvatico) e spezie come coriandolo, cannella, chiodi di garofano, anice stellato. In passato si utilizzavano poche verdure e legumi come i ceci e il cavolo cappuccio, ma in seguito la ricetta si è evoluta e sono state aggiunte altre verdure e carne di maiale ed è divenuta la ricetta della festa che si tiene in occasione di San Carlo nel mese di aprile, quando da oltre 15 anni si tiene la sagra del Cascus tabarchino o Cascà di Carloforte istituita per valorizzare questo piatto tipico che simboleggia l’unione tra i due popoli delle due sponde del Mediterraneo.

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(Foto di Kalariseventi.com)

Per ora può bastare ma scopriremo ancora tante storie e aneddoti su Carloforte e sul Sud della Sardegna.

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(Una spiaggia di Carloforte da Sardegnainblog)