A ritroso

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A ritroso

Di Maria Rosa Oneto 

Il tempo passa in fretta, sbuffando e traballando come una desueta locomotiva a vapore.
Restano, certi ricordi, che portano ancora sulla pelle, brividi di bene e di antica “aristocrazia” ( tanto per citare il grande Roberto Benigni).
Mio padre, umile artigiano del legno, alla stregua di Mastro Geppetto, era solito dar forma a questo “nobile materiale” con la stessa scaltrezza di un incisore orafo.
Amava la pasta in tutte le salse e quella avanzata di giorno, veniva riscaldata e saltata in padella la sera.
Di mattina (nonostante i rimbrotti di mia Madre) era solito far colazione con un pezzo di focaccia di Rapallo, un tralcio di luganega, rigorosamente cruda e un bicchiere di bianchetto. Cibi, non proprio salutari, ma che per lui avevano il valore delle tradizioni e della bontà da gustare a quattro palmenti.
Poi, c’erano le sere, più castigate, monotematiche e da convento dei frati.
Cene alla quali mi rifiutavo di partecipare per quel senso di svenimento, che partendo dallo stomaco, raggiungeva il naso e poi la testa. Un odore incredibile si diffondeva per la casa, appestando: mobili e quadri; entrando negli abiti, nei cassetti, ovunque vi fosse uno spiffero dove infilarsi.
Erano le cene a base di pane raffermo, cotto nell’aglio, assieme ad una crosta di grana, un dado e olio nostrano. Una “goduria” che non ho mai assaggiato e che mi riempiva il palato di scempio.
Guardavo mio Padre mangiare beato, gustando quell’intruglio come fosse nettare degli dei.
Ancor oggi, che non ce più, mi rammarico di averlo preso in giro; di non aver mai apprezzato quel falso “boccone da prete”, di non aver capito che dopo una “grande fame da deportato” qualunque piatto per lui, aveva la stessa nobiltà e raffinatezza del caviale del Volga!