Una serata a ricordare il quartiere di Tuglie dove sono nato

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Riprendo un mio vecchio articolo per raccontarvi il luogo dove sono nato. In occasione della manifestazione itinerante ” Che, Ca Canta “, organizzata al meglio come al solito da Antonio Vincenti a cui va il plauso di scoprire sempre nuove fonti di rilancio, stavolta il ricordo, la memoria, toccava un personaggio mitico per il mio vecchio rione, Don Dante Garzia, parroco di S. Maria Goretti. Per ricordare degnamente la figura dell’ex parroco, delle sue battaglie, una di queste, la raccolta di 500 firme qualche anno fa, per salvare il sito della masseria Aragona e dell’antica chiesa di S. Girolamo la più antica costruita in territorio tugliese. Naturalmente ricordando la figura del prete si è dibattuto anche sulle origini, la storia e le tradizioni del quartiere, sono intervenuti il prof. Enzo Pagliara storico locale, l’ex sindaco di Tuglie Otello Petruzzi, l’attuale sindaco Massimo Stamerra. La serata ed il momento del dibattito è stato condotto e moderato dalla giornalista Federica Sabato.

In tutto questo fervore rievocativo, ospite d’onore della serata proprio il mio intervento, ringrazio ancora una volta Antonio Vincenti per avermi invitato all’evento, il mio intervento doveva ricordare i siti importanti, i personaggi, i luoghi, la storia del quartiere dove sono nato e cresciuto, i primi passi, i primi calci ad un pallone, gli amici, un tuffo nel passato, per poter vivere meglio il presente, con lo sfondo, il mitico rione ”Lu Rraona“. Ed ecco uno stralcio del mio intervento che ha aperto la manifestazione. Dopo aver ricordato di essere nato a 100 metri dal palco e che alle mie spalle ancora negli anni 70′ del secolo scorso vi era la stalla dove da bambino al tramonto andavo ad acquistare il latte vaccino appena munto, proprio accanto ai resti della chiesa di S. Girolamo ormai in disuso, menzionata in alcuni documenti del 1696 come chiesa fruibile per i fedeli della zona a nord dell’abitato di Tuglie ( ricordiamo che la chiesa matrice di Tuglie nasce qualche decennio dopo ).

La chiesa si trova appunto in fondo alla Via Aragona dove era posizionato appunto il palco della manifestazione. L’antico luogo di culto era annesso alla masseria che porta lo stesso nome della strada. Il vescovo di Gallipoli, mons. Perez de la Lastra, la visitò nel 1696. A quel tempo la “masseria Aragona” apparteneva agli eredi di Giuseppe Coppola da Gallipoli. Nel 1714, un altro vescovo, mons. Oreste Filomarini, visitò la piccola chiesa che, nel frattempo, dai Coppola era passata a Giuseppe Antonio Aragona.

Nel documento di tale visita pastorale si parla dell’esistenza di un dipinto (in pariete) raffigurante l’immagine di San Girolamo (multum antiqua). Oggi, di tale dipinto, non si trova traccia e tutte le decorazioni, le suppellettili e lo stesso altare sono andati distrutti. Il resto della masseria, almeno la parte di fabbricato che ricordavo nel mio intervento come stalla, oggi desolatamente, conserva brandelli di muro e manca totalmente del soffitto. Il resto della masseria versa in condizioni di totale abbandono. La parte centrale della masseria rappresenta il classico schema più volte ribadito nel Salento di Torre di avvistamento fortificata costruita probabilmente tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo. Ampliato grandemente su i due lati nel XVI secolo. Poi per stupire un pò la folla mi sono permesso di raccontare una storia mitica di Tuglie.

Nel corso della tarda antichità e nel medioevo il ricordo della lontana Thule ha generato un resistente mito: quello dell’ultima Thule, come fu per la prima volta definita dal poeta latino Virgilio nel senso di estrema, cioè ultima terra conoscibile, e il cui significato nel corso dei secoli trasla fino a indicare tutte le terre “aldilà del mondo conosciuto” , come indica l’origine etrusca della parola “tular “, confine, appunto una terra etrusco-fenicia circondata da greci e messapi. Mi sono immaginato i Fenici che nel lungo peregrinare nel mediterraneo, tra i loro mille traffici commerciali e di scambio con le popolazioni che si affacciavano sul mare nostrum, fondano una colonia proprio nell’immediato entroterra della città Messapica di Anxa ( Gallipoli ), tra Rodogallo ( S. Simone ), Alytia ( Alezio ) e Bavota ( Casal Piccolo tra Parabita e Tuglie ). Ma lasciamo il mito, torniamo alla storia vera, proseguendo, ho ricordato come a partire dal 1923 finalmente i confini di Tuglie passano da 207 ettari, agli attuali 847, così finalmente tutto il rione ” Lu Rraona ” contrazione dialettale di Aragona, entra a far parte di Tuglie, ma mantiene comunque la sua diversità data dai confini delle diocesi. ” Lu Rraona ” rimaneva territorio della diocesi di Gallipoli, il resto di Tuglie diocesi di Nardò. Questa diversità ho cercato di spiegarla, come un senso di maggiore appartenenza al territorio, si era prima dellu Rraona, poi tugliesi.

Io stesso ricordavo poi di essere stato battezzato a S. Simone, perchè ancora la parrocchia di S. Maria Goretti non c’era, nascerà l’anno dopo la mia nascita, ossia nel 1965. Tantissime erano le tradizioni che noi ragazzi nati nel boom economico degli anni 60′, portavamo umilmente a compimento, una su tutte l’incredibile fòcara della vigilia di Natale. Era consuetudine che noi ragazzi s’andava a raccogliere legna da ardere a partire dalla fine di settembre, inizi di ottobre, coincidenti allora con l’inizio dell’anno scolastico. Grazie ad un carretto di legno, prestato a noi ragazzi dalla falegnameria Montefusco, ma tirato dalla forza di decine di mocciosi, raccoglieva dalle case e dalle campagne circostanti i pezzi di legno e le fascine che dovevano successivamente creare l’enorme falò che non aveva nulla da invidiare oggi, al più famoso falò di Novoli. Si costruiva prima la capanna con i tronchi di legno, poi successivamente venivano poggiate le fascine di legno che coprivano tutto intorno la capanna in legno che poi fungeva da camera di innesco per l’incendio della fòcara.

Tanto lavoro, mesi interi a raccogliere legna, a costruire l’enorme falò, che poi bruciava in poche ore la sera del 24 dicembre quando veniva incendiato, fino all’alba del 25 dicembre per tutta la notte. Tanto lavoro di mesi, ripagato dall’enormità dell’impresa, poi dalla soddisfazione di avere fatto qualcosa di buono, avevamo tenuto caldo il bambinello che nasceva in quella notte. Ancora oggi ricordo con piacere quei momenti trascorsi con gli amici dellu Rraona.

Tutti quei Natale con il fuoco che arde ed incendia il buio della notte, le pittule calde di mia madre, tutto questo ha un sapore particolare che oggi non c’è più. Concludo il mio intervento ricordando le lunghe partite di pallone, la varra, li tuddhri, la prima radio libera nell’oratorio di S. Maria Goretti, il gruppo musicale che accompagnava le messe di papa Dante ( si, detto proprio alla greca ) altre cose potrei dire e scrivere, ma voglio chiudere ricordando che qualcuno fa scaturire il nome Tuglie, dalla pianta della famiglia delle cupresacee la Tuia, ebbene in Nord America, da dove proviene la pianta, essa viene denominata ” Albero della Vita ” ed io oggi vi saluto ricordando che l’albero della vita si trovava nell’Eden, per me Tuglie rimane ancora oggi che sono lontano ” il paradiso terrestre“.

Raimondo Rodia