Meglio tacere

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Quando potrò nascere goccia, evaporare guadagnando il cielo e ancora, condensandomi, tornare alla terra sempre  come goccia uguale ma diversa, potrò parlare.
Dopo essere rimasto immobile per giorni spegnendo il metabolismo, aver spostato i semi con un soffio ed essere stato io stesso seme portato dal vento, ingoiato vite tra le crepe di un terremoto, disegnato  nuvole e alzato onde, avrò qualcosa da raccontare.
 
Dopo aver permesso al muschio di ricoprire parte della mia corazza e averla fatta bucare da un picchio, dopo aver rotto l’asfalto con la forza di un germoglio oppure aver volato nel mezzo della tempesta, a dieci centimetri dagli spruzzi, ed essermi  tuffato ad occhi aperti per riemergere sazio.
 
Allora potrò parlare, ma forse non ne sentirò più il bisogno.
In natura il silenzio non esiste.
Lontano dai grattacieli la vita risuona su diverse frequenze, con diversi volumi, differenti livelli di percezione.
La corrente d’aria causata dal battito d’ali del frosone sposta una farfalla che finisce per poggiarsi su di un filo d’erba piegandolo.
Le sue ali aperte fanno ombra ad una cicala che disturbata, smette di frinire.
Tutto collegato.
Hai mai visto un frosone far smettere di frinire una cicala usando  una farfalla?
Non l’ho trovato dentro me, ho dovuto guardare fuori.
 
Perché la verità non è dentro come alcuni suggeriscono, ma davanti.
Sono parte di quella parte d’ingranaggio che copre d’asfalto i germogli e scatta una foto, quando le foglie lo bucano per guardare il cielo.
Quindi, in quelle verità che ci raccontiamo per far tacere i rimorsi, io non credo.
Per questo il mio sguardo è fisso, per questo la bocca è chiusa.
Perché per ora, ancora, non posso parlare.
Non mi resta che ascoltare un silenzio che insegna a sentire.
 
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Gianluca Sonnessa
Stupefatto vi ho osservato mentre uscivate da tele intrise d'astrazione. Ho mangiato dalle vostre anime, che colando giù dai fogli poggiavano su terre aride ed assetate di parole le loro poesie. Ho seguito con lo sguardo il vostro graffiar la creta, impegnati com' eravate nel donare la libertà a quell'animo intrappolato in una scultura, che ancora non esisteva. Ho prestato a quel sogno i miei timpani, soffocati dai clacson e dalle sirene, per riaverli leggeri e soffiati da note di corde pizzicate e chitarre distorte. Ho velato questi occhi col più gioioso dei pianti, perché sono stato testimone di come avete saputo porgere ad un mondo addormentato il cuore pulsante della creatività, che anco batte protetto da cento, mille, un milione di sterni. Son vostre le costole fatte di penne e pennelli, di legna e pannelli ,di lettere, segni e strumenti. Ed oggi Vi chiedo di unirvi. Non più sotto bandiere o striscioni e restando lontani da fari o gelatine. Vestite soltanto la caleindoscopica luce che guida una mano libera. Rompete il silenzio , fatelo Ora, coscienti d' essere i fortunati cantori dell'arte e mai suoi padroni. Io protetto da questo mantello che fa da sipario e che mi copre le spalle e l'età, sarò al vostro fianco. Guardate la mia maschera e rivedrete i vostri quadri, leggete le righe che ne descrivono i tratti e riscoprirete emozioni nascoste fra le pagine dei vostri racconti. Cercate i miei occhi, protetti dalla nera quiete della curiosità e ritroverete i vostri, assetati di note su pentagrammi. Questa nostra guerra con le penne in pugno, l'unica che non lascia alle spalle morti, portatela all'attenzione dell'umanità. Con ogni mezzo. Per ricordarle che dell'arte, dopo la natura, rimarrà l'unica depositaria.