Irene Nemirovsky. Suite francese

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Irène Nèmirovsky
Suite francese

Romanzo incompiuto – doveva essere in cinque atti ma lrene Nemirovsky, deportata ad Auschwitz come ebrea, vi morì nel 1942 e non ebbe il tempo di finirlo-.

Romanzo pubblicato in Italia per la prima volta nel 2005, è formato di due sole parti: Tempesta di giugno e Dolce.
“Tempesta di giugno” è quasi una cronaca dell’entrata dei nazisti a Parigi e il conseguente disperato esodo dei parigini di ogni estrazione sociale. L’autrice descrive un ventaglio delle esistenze più disparate, quelle dei Pericand, famiglia dell’alta borghesia con tutti i crismi e sofismi, del detestabile scrittore Gabriel Corte, degli spauriti coniugi Michaud e di altre migliaia di comparse, i cui destini sono uniti dalla comune fuga dai propri territori conquistati dalle rapide armate tedesche.
Non c’è battaglia se non quella della vita quotidiana, degli estenuanti viaggi in auto per i più abbienti e per l’immensa fiumana dei francesi a piedi, che assistono stralunati ai giganteschi ingorghi di mezzi, in un tumulto di bagagli e notizie contrastanti.

La Nemirovsky inquadra le vite di sconosciuti, mostrando un aspetto meno evidente della guerra, una lotta serrata fatta d’implorazioni e furti, di fame e sbigottimento di fronte ad un fatto così dirompente come un’invasione.

In “Dolce” (seconda parte) si scivola in un tranquillo paese della campagna francese, inviolato prima dell’occupazione di soldati tedeschi: il rapporto con gli invasori è complesso, ci sono persone come la vedova Angellier e la famiglie altolocate che si limitano a scostarsi sdegnati e disgustati dai tentativi di contatto imbastiti dagli invasori, ce ne sono altre come le donne del paese e la giovane Lucile, nuora della Angellier, che guardano alla gioventù e virilità dei tedeschi, come a un fiore inaspettato, germogliato dalla terra gelida.
Proprio Lucile vedrà nel tenente Bruno von Falk qualcosa che va oltre l’essere nemico, l’autrice non vi si addentra, ma mostra un’immagine del popolo francese che, lentamente, diffidente, si accorge che il nemico ha le sembianze di un uomo e si abitua allo scalpiccio dei pesanti stivali e delle voci dure e teutoniche.
La Nemirovsky affronta ogni cosa con scrittura armoniosa: i dolori, l’amore tormentato di Lucile e Bruno, le città distrutte dai bombardamenti. La scrittrice descrive quello che le accade attorno, che la vede coinvolta, come francese e come ebrea, senza indugiare nel patetismo, senza commuovere a tutti i costi, mettendo nero su bianco idee e sensazioni, con un’analisi psicologica degna di nota.

Non ci sono eroi, ma solo gente più o meno nobile, più o meno meschina, che si arrangia di fronte ad una guerra che mette a dura prova la forza e la dignità di tutti.
Vengono narrati i fatti attraverso continui cambi di prospettiva che movimentano la narrazione, anche se la mancanza di riferimenti ai crimini di guerra dei soldati della Werhmacht e i pochissimi accenni alla persecuzione degli ebrei non danno una visione del tutto esaustiva del periodo storico.
Sembra una guerra dove i tedeschi, vincitori, prendono possesso del paese vinto senza troppo infierire: “I tedeschi… branco di carogne… Però, dobbiamo anche essere giusti… E’ la guerra…”.

La Francia sottomessa al nemico è fiera solo in apparenza: la sensazione generale e inconfessata della maggior parte è che in pugno alla Germania si sta al sicuro da pericoli forse maggiori.
Del resto, la vita fa il suo corso nonostante tutto: lo si vede dal risveglio della natura a primavera e da quello dei sensi: “Nemici? Certo… Ma uomini, e giovani…”.
La storia d’amore, anche se tutto sommato ben delineata, assume a volte contorni da romanzo rosa, ma gli appunti della stessa autrice riportati alla fine del libro rendono abbastanza l’idea dei suoi piani e di un lavoro ben lontano dall’essere terminato.

Anna