Il Salento che vorrei

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A un certo punto qualcuno mi ha accusato di essere il solito ambientalista pronto a dire di NO al progresso dei campi fotovoltaici, dell’enorme opera meritoria del gasdotto TAP che ci porterà il gas nelle nostre case. A voglia a spiegare le ragioni di uno sviluppo diverso da quello che ci stanno regalando i nostri politici e i tanti avvoltoi che stanno finendo il nostro territorio.

Un Salento che se non ritrova presto la sua bussola ideale, vale a dire lo sviluppo del turismo non massificato e l’agricoltura biologica non potrà resistere a lungo e verrà dimenticato. Un Salento visto dall’alto adagiato sul cobalto e sul verde smeraldo del suo incantevole mare. Questa l’immagine del nostro territorio, con le macchie bianche di calce costituite dai centri abitati che tempestano quasi uniformemente il territorio, tranne vaste aree di campagna pura, un tavolato a volte giallo a volte rosso punteggiato di verdi uliveti e vigneti. Le nostre coste le pensavamo ormai irreversibilmente offese dalla smania edificatoria. E lo sono, anche se questa terra è ancora in gran parte bellissima nonostante le ferite profonde inferte a colpi di tondino di ferro e mattoni forati. Questa terra seduce ancora nonostante l’uomo. In alcuni tratti appare lo scempio e la vergogna di un piccolo mondo antico che fino alla furia edilizia degli anni ’70 aveva avuto un suo modello intenso ma equilibrato di antropizzazione. All’improvviso, l’allegria cede all’amarezza, perché un abuso ben più grave appare all’orizzonte e si ingigantisce di minuto in minuto. Tutto il tratto di costa da Casalabate a San Cataldo è una lunga, immensa colata di cemento, una schiera beffarda e volgare di case ammassate senza criterio, di strade asfaltate che vanno a perdersi sterrate in una campagna retrostante dove altre decine, centinaia di monolocali, originariamente concepiti per uso agricolo attendono l’occasione per un ampliamento e per un condono.

L’orrore è dato dall’ostinata ipertrofia volumetrica che non arretra nemmeno di fronte all’erosione inesorabile degli arenili. Qualcuno la chiama “Casbalabate” il pugno nell’occhio delle marine leccesi, la township delle vacanze caserecce che se ne infischia del mare che le divora la battigia un metro all’anno. Un dedalo di edifici venuti su dal nulla e puntualmente risanati in barba agli appelli degli intellettuali, alle mobilitazioni degli ambientalisti, ai moniti dei geologi. Tutto questo di volta in volta ignorato, blandito, ipocritamente diffidato, e poi ancora coccolato, indultato e finalmente legalizzato, fino a Frigole si indovina il desolante retroterra civile di questa muraglia d’intonaci plastificati dai colori più assurdi, gloria e miseria di progetti “fai da te” e di silenzi ed assensi è l’hinterland leccese dei luccicanti centri commerciali che convivono con il degrado sociale. A questo punto tagliamo dritto per ritrovarci quasi sullo Ionio. Scavalchiamo il lieve costone delle Serre Salentine dall’alto il campanile di Montegrappa, il verde della pineta intorno, il bianco luccicante delle case abbarbicate intorno alla chiesa matrice ed al rosso pompeiano della casa baronale e sorvoliamo, ville. vigneti, agrumeti, olivi e stoppie. Ciascun paese è una casba abbarbicata intorno alla propria chiesa e al proprio campanile; ciascuna ha una sua geometria di curve, di giravolte, di cardi e decumani modificati nei secoli. Ma sono queste topografie pittoresche la vera fisionomia della nostra provincia. Un codice visivo che per fortuna i grandi assi viari non sono riusciti né a stravolgere né a marginalizzare, come invece è avvenuto in Calabria o in Sicilia. E’ un Salento, questo interno, la cui bellezza salta agli occhi meno immediata di quella delle insenature . Non così, però, la costa di Porto Cesareo, l’incanto appena assaporato alla vista del piccolo arcipelago, con in evidenza l’Isola dei Conigli e i fondali cangianti di una limpidezza indescrivibile, svanisce di fronte allo scandaloso caos di villette che schiaccia le dune e assedia quello che fino a trent’anni fa era uno dei più bei lidi d’Italia. La speculazione edilizia preme persino sui bacini costieri. Manca a questi luoghi, ormai, quella patina di vissuto e di verace che hanno i vecchi borghi marinari.

Davvero ci si chiede quanto ancora potranno durare queste acque trasparenti sotto la pressione di un turismo invasivo e massificato. Alcune località marine con le loro opere di viabilità non sono riuscite a tenerle il passo, a malapena il lungomare e qualche altro tratto sono asfaltati. Il resto è un tratturo sterrato di fango, polvere e, laddove brandelli di dignità umana e scampoli di autosufficienza civica sopravvivono, colate di cemento stese alla meglio direttamente su quello che prima era uno dei suoli agricoli più fertili del Mezzogiorno. Il paradigma dello scempio rivierasco, le località balneari salentine prive di opere fondamentali di urbanizzazione come le fognature. Qui la legge “Galasso” è stata a lungo un’opinione, un’omissione che ha legato in un patto scellerato imprese, proprietari e amministratori. Ma forse il resto del Salento è per fortuna ancora da salvare e questi mostri costieri si ergono come monito a non inseguire più l’incubo di una Rimini 2 sulla riviera dei Pelasgi. Lo scempio non è solo per le colate di cemento sulla costa oppure all’interno . Alle volte può avere anche il colore rassicurante del prato inglese, come ad esempio il grande campo da golf che si estende dalla struggente fortezza di Acaya primo borgo fortificato in Italia nel 1535 da parte dell’architetto militare Gian Giacomo Dell’Acaya fino alle acque turchesi dell’Adriatico. Il golf ha avuto la meglio sulla macchia mediterranea, ma i geologi dicono che il danno ambientale causato da questo sport forse inadatto ai nostri climi è considerevole.

L’emungimento di migliaia di metri cubi d’acqua per assicurare la sopravvivenza dell’erbetta accelera l’esaurimento delle falde freatiche che ogni anno si ritrovano con percentuali di salinità sempre maggiori. Stesso scempio che toccò hai laghi Alimini negli anni 50′ del XX secolo con la riforma fondiaria. L’elenco sarebbe ancora lungo ma una de-crescita felice sarebbe il massimo, ecco il Salento che vorrei.

Raimondo Rodia