Il cielo è sempre più blu

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Tre mesi dopo il primo contagio

Mirasol Vargas

Non sapevo come tutto era iniziato, nessuno lo sapeva. Il virus cominciò a diffondersi rapidamente, senza risparmiare nessuno. Eravamo stati radunati nella zona di quarantena nella periferia di Mosca, uno dei pochi luoghi ancora sicuri.

L’umore era a terra, noi vivi mentre il resto del mondo là fuori stava morendo. Non lo trovavo giusto, non mi sembrava umano ma avevamo risorse sufficienti per sopravvivere per più di un anno. Tutto cambiò quando mi guardai allo specchio e vidi la prima pustola. Non era più che una semplice vescicola, ma sapevo che la malattia non si sarebbe fermata. Il virus ci aveva raggiunto anche lì, dovevo andare via, isolarmi dai miei compagni, da un lato per loro e dall’altro per me.

L’ordine era di sparare a vista agli infetti, ma non ero nata per essere carne da macello. Il generale Miller aveva parlato di una base di supporto nei pressi dei monti Urali. Lì un team di scienziati provenienti da tutto il mondo stava lavorando per lo sviluppo di una cura. I risultati erano incoraggianti, era un’informazione riservata, ma in qualche modo era trapelata anche agli operativi.

Dovevo essere prudente, nessuno che io conoscessi era sopravvissuto una volta contagiato e la morte rapida con arma da fuoco era vista come un atto di misericordia. Io tuttavia ero Mirasol Vargas, la prima della mia famiglia a pilotare aerei ed in grado di entrare nell’aviazione. Ero nata per essere libera, a dispetto di tutto, anche dall’apocalisse.  Le regole erano ferree e rigorose, tassativamente in branda alle 22.00 per minimizzare il consumo energetico. Tutto era silenzioso e tetro a quell’ora della notte, io ancora avevo una bella cera ed il fondo tinta faceva il resto. Gli spasmi addominali e la debolezza si facevano tuttavia sentire. La sala di controllo era poco sorvegliata, in realtà solo un folle o un condannato a morte come me avrebbe provato ad uscire da lì. La cassaforte con le informazioni riservate non era un mistero per me, io ed il generale avevamo un rapporto particolare.
Trovate le coordinate non mi restava che raggiungere l’hangar e rubare un elicottero. Sembrava facile, anche fin troppo nonostante i crampi sempre più intensi e la febbre in rapida crescita. Mi misi al comando, con tenacia. Parte del portellone d’ingresso dell’hangar era saltata, quella era già considerata una zona a rischio. Misi la maschera a gas, girava voce che respirare aria contaminata potesse accelerare il decorso della malattia.

Avviai i motori, nessuno venne a fermarmi. Potevo vedere sotto di me i corpi in decomposizione così mi spinsi in alto. Il cielo era cupo ma pieno di stelle, non c’erano rumori se non il rombo del mio velivolo. C’era pace, una quiete innaturale fatta di morte e oscurità. Inserii le coordinate e mi misi in viaggio ma bastò un attimo di distrazione e persi il controllo del velivolo.Fu uno schianto rovinoso, mi ritrovai a terra, tra le fiamme.

Mi tolsi la giacca e restai esposta, il mio corpo ormai era tumefatto in parte dalla malattia e in parte dall’incidente. Ustioni nuove di zecca deturpavano il mio corpo. Dove mi trovavo? Ero vicina alla mia meta? Non lo sapevo, ero distrutta ma non potevo riposarmi.

Un rumore dietro ad un cespuglio mi fece sobbalzare: un cerbiatto, l’essere più dolce che avessi mai visto nella mia vita, non aveva apparentemente paura di me e mi scrutava dubbioso con i suoi occhi color nocciola.

Che fosse stata veramente la fine del mondo? O si trattava semplicemente della fine della razza umana? Non potevo tergiversare in questioni filosofiche, la lancetta della morte puntava dritta su di me con il suo feroce ticchettio, la potevo sentire distintamente nella mia testa. Ripresi il controllo di me stessa e mi accorsi che l’elicottero si era spezzato in due tronconi ma non tutto era andato perso. Grazie al diradarsi del fuoco trovai una cassetta con dei razzi segnalatori, non era molto di più di una flebile speranza ma era tutto ciò che avevo. Il cerbiatto non si muoveva e mi osservava con interesse, come se per una volta fossi io la strana creatura da studiare. Mi toccai il volto e quello che sentii mi confermò che dopotutto l’animale aveva ragione, stavo diventando un mostro.

Presi un razzo e con l’aiuto di un accendino lo accesi e guardai verso il cielo. Per un attimo un moto di speranza, ma poi solo l’azzurro del primo mattino e qualche nube grigiastra, tra natura e silenzio. Mi misi quindi in marcia, non so dire con certezza per quanto camminai, o dove trovai le forze per farlo.

Raggiunsi un edificio di cemento, desolato ed abbandonato, mi addentrai nelle sue viscere, tra il buio ed il fetore di umidità che lo contraddistinguevano. Mi feci luce con un secondo razzo che avevo saggiamente portato con me: tutt’intorno il nulla, solo terra e detriti, non c’era anima viva né morta che potesse giustificare la mia presenza in quel luogo desolato, nemmeno l’ombra del virus H che spietato stava mietendo vittime.

Mi affacciai ad una grossa finestra, sapevo di essere sola ma avevo la fastidiosa sensazione che qualcuno o qualcosa mi stesse spiando. Uscii all’esterno, sui muri le tracce del genere umano, disegni moderni più simili ad incisioni rupestri che ad opere moderne, simbolo di un’umanità che anziché evolvere verso un futuro roseo e prosperoso, regrediva fino ad annientarsi con le sue stesse mani.

Mi accasciai a terra, in ginocchio: ero rovente, un conato di vomito mi fece rabbrividire: una sorta di liquame verde ed innaturale uscì dalla mia bocca in un misto di sangue. Mi trascinai verso il bosco come una larva. Potevo sentire il freddo della terra sulle gambe e sul ventre. Ero sempre stata una combattente, una vincente, ma sentivo dentro di me che quella poteva essere l’ultima battaglia…

Quattro mesi dopo il primo contagio

Generale Abram Miller

 Un esperimento fallito, l’ennesimo gioco a fare Dio ci aveva tolto il nostro tempo, la nostra stessa umanità. Non volevo fare il militare, ma del resto non avevo mai avuto la possibilità di scegliere il mio destino. Pochi erano stati gli attimi felici nella mia vita e tutti li avevo trascorsi con lei.

Bella, coraggiosa ed intelligente, una dea più che una donna. I suoi occhi, profondi e sensuali come il resto del suo essere, non lo avrei mai ammesso apertamente ma l’amavo. Immaginavano cosa l’avesse spinta a fuggire, ma dovevo vederlo con i miei occhi. Il giorno dopo la sua fuga era arrivato un cargo con le prime fiale di antivirale. Avevano sintetizzato un vaccino, l’umanità non sarebbe finita nemmeno stavolta. Andai a cercarla, usai tutte le risorse che avevo a disposizione. Ero sopravvissuto al giudizio universale ma senza di lei sarei stato condannato a vivere l’inferno per il resto dei miei giorni. Fu un soldato semplice a trovarla, sdraiata con garbo e grazia.

Solo lei poteva fare questo, non perdere di poesia e dignità, nemmeno dopo una morte tanto orribile. I suoi occhi azzurri come il ghiaccio, fissavano vitrei il cielo grigio con determinazione e coraggio. Lei mi aveva lasciato, ma la sua anima sarebbe rimasta con me per sempre.

Bodypainter: Serena Di Paolo

Writer: Eleonora Panzeri

Ph: FOTOGRAFICA RN

Modella: Daria Novozhylova

 

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