I pesci non hanno gambe

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Jón Kalman Stefánsson
I pesci non hanno gambe

«Nessuno può camminare sul mare, è per questo che i pesci non hanno gambe». È da questo pensiero che prende nome questo corposo viaggio interumano scritto da Jón Kalman Stefánsson.

Tutto comincia con l’amore, questa «esplosione solare che ti distrugge la vita e rende abitabili i deserti», ma che con il tempo può raffreddarsi diventando un banale martedì. È allora che Ari, poeta di vocazione ed editore di successo, manda tutto in frantumi, sua moglie e i tre figli e fugge dall’Islanda. È allora che sua nonna Margrét, un secolo prima, ritorna dal Canada piena di sogni e libertà, si toglie il suo vestito americano per il marito che si è scelta, ma si ritrova soffocata da un villaggio di pescatori che destina l’uomo al mare e la donna a un’inerte solitudine.

Ed è l’urgente ricerca di se stessi e della felicità a guidare questa insolita storia famigliare, che procede a flashback nel tempo e attraverso i due angoli opposti d’Islanda, da un arcaico fiordo dell’est alla piana di Keflavík, «il posto più nero del paese», che ha avuto il suo unico periodo di splendore all’epoca della controversa base americana, quando navi cariche di prodotti mai visti venivano accolte come messaggere di nuovi tempi, ponti verso il mondo e la modernità. Una storia di pescatori che vogliono navigare fino alla luna e di astronauti americani che si addestrano all’allunaggio nei campi di lava, di giovani sognatori che scoprono i Beatles e i Pink Floyd e di monelli che assaltano i camion USA per fare scorta di M&M’s.

Un romanzo corale in cui tanta voce hanno le donne e la stessa natura parla per raccontare l’anima di un paese, e quel potere delle parole di dare corpo ai desideri e decidere destini, di farci affrontare le acque più insidiose, anche se non sappiamo nuotare, anche se i pesci non hanno gambe.
È qui che deve fare ritorno dalla Danimarca, Ari che ora la malattia del padre richiama indietro. Due generazioni prima di lui, nel fiordo orientale di Norðfjörður, il padre di suo padre, Oddur, comandante e armatore, infaticabile omone dalle spalle che reggono leggende, come di quando ha messo in fuga un altro uomo soltanto limandosi le unghie, o di quando ha serrato i pugni ed è stata la sua dichiarazione d’amore per Margét, «se mi sciolgo i capelli saprai che sono nuda sotto il vestito», aveva detto lei, nuda sotto il vestito.

È una «storia centenaria, un racconto di generazioni, dove la narrazione di ognuno si compone a ricordare il significato universale di esistere. Che dietro la favola dell’incanto poetico resta mestiere fatto di cura inesauribile, perché «possiamo dire cose con tutta la convinzione del mondo e alla fine ingannare comunque», perché «la quotidianità può assumere forme tali che a volte dobbiamo ricordare a noi stessi i fondamenti più importanti», perché in ogni uomo convivono il male e le sue metàstasi come «un serpente velenoso in una grotta alle pendici del cuore».

E’ un libro ricco di poesia, quella di Ari( che non ha successo), quella del vecchio che lavora lo stoccafisso e declama versi invece di lavorare, e quella dello scrittore che incanta mentre descrive la natura islandese, magica e matrigna allo stesso modo.

Anna