Accordi di Parigi sul clima. Usa out. E adesso?

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E’ di questi giorni la notizia del voltafaccia americano e di Donald Trump in particolare sugli Accordi di Parigi sui clima. Prima di esprimere un qualsivoglia giudizio su questa scelta bizzarra che mette in difficoltà il già goffo, anche se ammirevole, tentativo di arginare le problematiche ambientali da parte delle potenze e più in generale delle nazioni unite, vediamo cosa tratta l’Accordo del 2015.

L’accordo di Parigi siglato nel 2015 prevede:

Una serie di focus con l’obbiettivo di mettere in moto un piano d’azione globale per rimettere il mondo in carreggiata ed evitare che il riscaldamento globale varchi la soglia dei 2°C. Si tratta di fatto di un accordo universale e giuridicamente vincolante sul clima mondiale.

Gli elementi chiave sono la mitigazione attraverso la riduzione delle emissioni con lo scopo di:

  • Mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine.
  • Puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici.
  • Fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo.
  • Procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili.

Prima e durante la conferenza di Parigi, i paesi hanno presentato piani nazionali di azione per il clima completi (INDC). Questi non sono ancora sufficienti per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2ºC, ma l’accordo traccia la strada verso il raggiungimento di questo obiettivo.

Il piano d’azione sposta l’attenzione da interventi locali a interventi globali ritenuti più efficaci e più trasparenti per cui i governi a Parigi hanno concordato di:

  • Riunirsi ogni cinque anni per stabilire obiettivi più ambiziosi in base alle conoscenze scientifiche.
  • Riferire agli altri Stati membri e all’opinione pubblica cosa stanno facendo per raggiungere gli obiettivi fissati.
  • Segnalare i progressi compiuti verso l’obiettivo a lungo termine attraverso un solido sistema basato sulla trasparenza e la responsabilità.

E quindi:

  • Rafforzare la capacità delle società di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici
  • Fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno internazionale continuo e più consistente all’adattamento.

E’ stato poi concordato un piano per limitare le perdite e i danni derivanti dai cambiamenti climatici e dunque:

  • L’importanza di scongiurare, minimizzare e affrontare le perdite e i danni associati agli effetti negativi dei cambiamenti climatici
  • La necessità di cooperare e migliorare la comprensione, gli interventi e il sostegno in diversi campi, come i sistemi di allarme rapido, la preparazione alle emergenze e l’assicurazione contro i rischi.

L’accordo sempre in via generale non disconosce i governi locali ma anzi li responsabilizza:

“L’accordo riconosce il ruolo dei soggetti interessati che non sono parti dell’accordo nell’affrontare i cambiamenti climatici, comprese le città, altri enti a livello subnazionale, la società civile, il settore privato e altri ancora.”

Essi sono invitati a:

  • Intensificare i loro sforzi e sostenere le iniziative volte a ridurre le emissioni.
  • Costruire resilienza e ridurre la vulnerabilità agli effetti negativi dei cambiamenti climatici.
  • Mantenere e promuovere la cooperazione regionale e internazionale.

Il pacchetto comprende anche assistenza e aiuti economici da parte dei paesi in via di sviluppo:

L’UE e altri paesi sviluppati continueranno a sostenere l’azione per il clima per ridurre le emissioni e migliorare la resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo.
Altri paesi sono invitati a fornire o a continuare a fornire tale sostegno su base volontaria.

I paesi sviluppati intendono mantenere il loro obiettivo complessivo attuale di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e di estendere tale periodo fino al 2025. Dopo questo periodo verrà stabilito un nuovo obiettivo più consistente.

L’UE è stata in prima linea negli sforzi internazionali tesi a raggiungere un accordo globale sul clima.

A seguito della limitata partecipazione al protocollo di Kyoto e alla mancanza di un accordo a Copenaghen nel 2009, l’Unione europea ha lavorato alla costruzione di un’ampia coalizione di paesi sviluppati e in via di sviluppo a favore di obiettivi ambiziosi che ha determinato il risultato positivo della conferenza di Parigi.

Nel marzo 2015 è stata la prima tra le maggiori economie a indicare il proprio contributo previsto al nuovo accordo. Inoltre, sta già adottando misure per attuare il suo obiettivo di ridurre le emissioni almeno del 40% entro il 2030.

L’accordo è stato aperto alla firma per un anno il 22 aprile 2016.
Per entrare in vigore, almeno 55 paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali dovevano depositare i loro strumenti di ratifica.
Il 5 ottobre l’UE ha formalmente ratificato l’accordo di Parigi, consentendo in tal modo la sua entrata in vigore il 4 novembre 2016.

E fin qui tutto ok, ma oggi 5 giugno, giornata mondiale per l’ambiente ci chiediamo:

Perchè Trump ha rinnegato questo accordo?

Innanzitutto questo accordo non ha avuto consensi unanimi sulla propria reale efficacia. Ma dietro al niet di Trump sembra esserci più una promessa elettorale a qualcuno che conta.

“Non posso sostenere un’intesa che punisce gli Usa”

.Questa la linea di Trump che rimarca il rispetto degli impegni elettorali e si dichiara disponibile a negoziare un accordo più equo per gli Stati Uniti sul clima. Nonostante i tentativi di farlo riflettere non c’è stato verso. Troppo elevati gli interessi contrapposti crediamo noi.

In pratica secondo lui si tratta di una congiura per danneggiare economicamente l’America.

Industriali, leader stranieri, il segretario di Stato Rex Tillerson e perfino la figlia del presidente, Ivanka, hanno premuto perché gli Stati Uniti rispettassero gli impegni per ridurre le emissioni e contenere il riscaldamento globale ma ha prevalso la linea dura del capo dell’Epa (Environmental Protection Agency), Scott Pruitt, e del capo stratega della Casa Bianca, Steve Bannon, riecheggiata anche nei toni populisti con cui Trump ha comunicato al mondo la sua decisione.

“Per compiere il mio solenne dovere di proteggere l’America e i suoi cittadini, gli Stati Uniti si ritireranno dall’accordo sul clima di Parigi ma avvieranno negoziazioni per rientrare nell’intesa parigina o per una transazione completamente nuova con condizioni eque per gli Usa”, ha dichiarato Trump denunciando, ad esempio, termini non sufficientemente stringenti per la Cina.

Una sorta di brexit ambientale in salsa americana. Questa volta però i capricci di Donald minano gravemente il tentativo di mettere una pezza alla questione ambientale a svantaggio del pianeta e dell’umanità stessa, americani inclusi. Troppo complicato forse come ragionamento, più facile ridurre i costi e far felice qualche amico.

Così ora altri paesi potrebbero anteporre gli interessi personali e le ragioni di stato mandando tutto a rotoli. Ci auguriamo in futuro di non dovercene pentire amaramente.

La Giornata dell’Ambiente quest’anno accende i riflettori sulla necessità per l’uomo di recuperare un rapporto con l’ambiente più sano, consapevole, e con lo slogan “riconnettersi alla natura” invita tutti ad uscire all’aperto.

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